L'INTERVISTA Oliver Stone
Qualche anno fa andai a trovarlo nella sua villa di Pacific Palisades per invitarlo al Festival di Roma. Non ci eravamo mai conosciuti, e mi colpì la sua immediata disponibilità e la volontà di combinare quel primo appuntamento a casa, per mostrarmi . Mi aspettavo di incontrare una persona di talento, ma faziosa e persino violenta, che aveva fatto della provocazione il proprio segno distintivo. Invece mi trovai di fronte un uomo affabile, che dimostrava una grande attenzione nei confronti del prossimo e una sorprendente dolcezza. Mi spiegò che il film che aveva preferito quell’anno era Ratatouille. «Non si tratta solo della maestria degli artisti della Pixar, ma della leggerezza, del coraggio dell’ottimismo. Oggi sembra che si possano fare solo film cupi e pessimisti, e la cosa più triste è che sono quelli che vengono apprezzati maggiormente».
Si può non essere d’accordo con le sue idee, come quando parla di Fidel Castro e Chávez, o accredita con certezza le ricostruzioni complottistiche di alcuni momenti cardine della storia recente. Ma non c’è volta che non veda in lui una volontà sincera di comprendere la storia attraverso l’umanità e la psicologia dei protagonisti. È questo il motivo per cui tra i suoi film prediligo Nixon, nel quale optò per un ritratto empatico nei confronti di uno dei personaggi più controversi della moderna storia americana.
In un recente dibattito il moderatore dell’incontro, Paul Holdengräber, gli ha chiesto di descriversi utilizzando solo sei parole, e questa è stata la sua scelta: storia (story: nel senso di racconto), ragazzo, uomo, uomo più anziano, storia (history: nel senso del tempo), dramma. Anche in quell’occasione, nella quale ha ricordato di essere figlio di un repubblicano, mi colpì la volontà di capire la storia prima di giudicare, come risulta evidente dalla serie televisiva che sta preparando, The untold history of the United States: tredici puntate su alcuni momenti fondamentali dell’avventura americana, che lui commenta così:
«Sento il dovere di raccontare cos’è successo realmente alle nuove generazioni; sembra che oggi nessuno abbia interesse a raccontare ai giovani la verità, e io da cineasta mi sono posto anche un altro problema: come rendere la storia eccitante». Magnifico per esempio il modo in cui è raccontato come fu impedito a Henry Wallace di ottenere la nomination alla convention democratica di Chicago del 1944: «Wallace era considerato troppo di sinistra, ma in realtà era un idealista; alla convention furono utilizzati metodi banditeschi, e per evitare una votazione che lo avrebbe consacrato si arrivò a procurare un black out. Nell’interruzione furono corrotti i delegati, che votarono per Truman, molto più manovrabile dai gruppi di potere: uno dei suoi primi atti da presidente fu la decisione di sganciare la bomba atomica». Quando gli chiedo come mai dedichi sempre più tempo al documentario spiega: «Ne ho già diretti sei; amo molto questa forma espressiva, la considero un’altra maniera per cercare la verità».
Stone ha terminato da poco Savages, «un thriller con molto sesso, violenza e droghe ambientato in California, nelle zone dove agiscono i cartelli messicani» e ha dedicato molte energie al director’s cut di Alexander, uno dei suoi film più sfortunati: «Non sono mai stato soddisfatto della pellicola uscita nelle sale, e sono felice che questa nuova versione abbia ricevuto dei riconoscimenti dalla critica. Una vita così straordinaria non poteva essere compressa in 2 ore e 45 minuti; credo di aver aggiunto al film qualcosa di febbrile, per raccontare la storia di un giovane che era arrivato ai confini del mondo, conquista dopo conquista». Sia in privato sia in pubblico non è mai stato restio a parlare dei suoi tormenti, dal trauma della guerra del Vietnam all’uso delle droghe che lo portò anche a essere arrestato, ed è evidente che molti suoi film siano un modo di esorcizzare queste angosce.
Ma in ogni pellicola, anche le più provocatorie e discutibili, rimane l’amore per il proprio paese dal quale si è sentito spesso tradito: sono da leggere innanzitutto in questa chiave Platoon, JFK, Nato il quattro di luglio, Assassini nati e anche Wall Street, film profetico e appassionante per la sua ambiguità. Guardando i suoi film così potentemente inventivi sul piano dell’immagine, si finisce spesso per non apprezzare abbastanza il suo talento di scrittore, ma a testimonianza del suo valore bisogna ricordare le sceneggiature di film come Fuga di mezzanotte (per cui vinse il suo primo Oscar), Scarface e L’anno del dragone. Quando gli chiedo come le nuove tecnologie stanno cambiando il cinema, dice senza mezzi termini: «C’è una maggiore libertà che può potenziare la qualità della sceneggiatura, ma alla fine ciò che è determinante è sempre la stessa cosa: la storia, la storia, la storia»." /> AGORASTREA MANIFESTO

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[02/10] OLIVER STONE: USA, LA STORIA MAI RACCONTATA [02/10]

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[02/10] OLIVER STONE: USA, LA STORIA MAI RACCONTATA [02/10] di Oliver Stone PARTE 2: CONVENTION DEMOCRATICI 1944 Blackout della democrazia
La seconda puntata svela i "dietro le quinte" meno noti degli ultimi anni del conflitto mondiale. Stone ripercorre, sulla sfondo della Guerra, le tappe della Convention del Partito Democratico del 1944. Un evento apparentemente marginale nella storia dell'Occidente, ma in realtà cruciale per l'avvenire del mondo intero. In quell'occasione, dopo lotte tra fazioni, trattative, sotterfugi e colpi di scena, Harry S. Truman venne candidato a sorpresa alla vicepresidenza degli Stati Uniti, sconfiggendo il superfavorito Henry A. Wallace. Wallace, certamente più capace, era stato a lungo al fianco di Roosevelt e aveva un grande seguito tra i lavoratori e la gente comune. Gli eventi che seguirono dipesero strettamente da quella nomina: se il risultato di quell'elezione fosse stato diverso, la storia stessa avrebbe potuto essere molto diversa. La morte di un ormai leggendario ma provato Roosevelt aprì la strada alla presidenza inaspettata di Harry S. Truman.
L'INTERVISTA Oliver Stone
Qualche anno fa andai a trovarlo nella sua villa di Pacific Palisades per invitarlo al Festival di Roma. Non ci eravamo mai conosciuti, e mi colpì la sua immediata disponibilità e la volontà di combinare quel primo appuntamento a casa, per mostrarmi . Mi aspettavo di incontrare una persona di talento, ma faziosa e persino violenta, che aveva fatto della provocazione il proprio segno distintivo. Invece mi trovai di fronte un uomo affabile, che dimostrava una grande attenzione nei confronti del prossimo e una sorprendente dolcezza. Mi spiegò che il film che aveva preferito quell’anno era Ratatouille. «Non si tratta solo della maestria degli artisti della Pixar, ma della leggerezza, del coraggio dell’ottimismo. Oggi sembra che si possano fare solo film cupi e pessimisti, e la cosa più triste è che sono quelli che vengono apprezzati maggiormente».
Si può non essere d’accordo con le sue idee, come quando parla di Fidel Castro e Chávez, o accredita con certezza le ricostruzioni complottistiche di alcuni momenti cardine della storia recente. Ma non c’è volta che non veda in lui una volontà sincera di comprendere la storia attraverso l’umanità e la psicologia dei protagonisti. È questo il motivo per cui tra i suoi film prediligo Nixon, nel quale optò per un ritratto empatico nei confronti di uno dei personaggi più controversi della moderna storia americana.
In un recente dibattito il moderatore dell’incontro, Paul Holdengräber, gli ha chiesto di descriversi utilizzando solo sei parole, e questa è stata la sua scelta: storia (story: nel senso di racconto), ragazzo, uomo, uomo più anziano, storia (history: nel senso del tempo), dramma. Anche in quell’occasione, nella quale ha ricordato di essere figlio di un repubblicano, mi colpì la volontà di capire la storia prima di giudicare, come risulta evidente dalla serie televisiva che sta preparando, The untold history of the United States: tredici puntate su alcuni momenti fondamentali dell’avventura americana, che lui commenta così:
«Sento il dovere di raccontare cos’è successo realmente alle nuove generazioni; sembra che oggi nessuno abbia interesse a raccontare ai giovani la verità, e io da cineasta mi sono posto anche un altro problema: come rendere la storia eccitante». Magnifico per esempio il modo in cui è raccontato come fu impedito a Henry Wallace di ottenere la nomination alla convention democratica di Chicago del 1944: «Wallace era considerato troppo di sinistra, ma in realtà era un idealista; alla convention furono utilizzati metodi banditeschi, e per evitare una votazione che lo avrebbe consacrato si arrivò a procurare un black out. Nell’interruzione furono corrotti i delegati, che votarono per Truman, molto più manovrabile dai gruppi di potere: uno dei suoi primi atti da presidente fu la decisione di sganciare la bomba atomica». Quando gli chiedo come mai dedichi sempre più tempo al documentario spiega: «Ne ho già diretti sei; amo molto questa forma espressiva, la considero un’altra maniera per cercare la verità».
Stone ha terminato da poco Savages, «un thriller con molto sesso, violenza e droghe ambientato in California, nelle zone dove agiscono i cartelli messicani» e ha dedicato molte energie al director’s cut di Alexander, uno dei suoi film più sfortunati: «Non sono mai stato soddisfatto della pellicola uscita nelle sale, e sono felice che questa nuova versione abbia ricevuto dei riconoscimenti dalla critica. Una vita così straordinaria non poteva essere compressa in 2 ore e 45 minuti; credo di aver aggiunto al film qualcosa di febbrile, per raccontare la storia di un giovane che era arrivato ai confini del mondo, conquista dopo conquista». Sia in privato sia in pubblico non è mai stato restio a parlare dei suoi tormenti, dal trauma della guerra del Vietnam all’uso delle droghe che lo portò anche a essere arrestato, ed è evidente che molti suoi film siano un modo di esorcizzare queste angosce.
Ma in ogni pellicola, anche le più provocatorie e discutibili, rimane l’amore per il proprio paese dal quale si è sentito spesso tradito: sono da leggere innanzitutto in questa chiave Platoon, JFK, Nato il quattro di luglio, Assassini nati e anche Wall Street, film profetico e appassionante per la sua ambiguità. Guardando i suoi film così potentemente inventivi sul piano dell’immagine, si finisce spesso per non apprezzare abbastanza il suo talento di scrittore, ma a testimonianza del suo valore bisogna ricordare le sceneggiature di film come Fuga di mezzanotte (per cui vinse il suo primo Oscar), Scarface e L’anno del dragone. Quando gli chiedo come le nuove tecnologie stanno cambiando il cinema, dice senza mezzi termini: «C’è una maggiore libertà che può potenziare la qualità della sceneggiatura, ma alla fine ciò che è determinante è sempre la stessa cosa: la storia, la storia, la storia».

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Qualche anno fa andai a trovarlo nella sua villa di Pacific Palisades per invitarlo al Festival di Roma. Non ci eravamo mai conosciuti, e mi colpì la sua immediata disponibilità e la volontà di combinare quel primo appuntamento a casa, per mostrarmi . Mi aspettavo di incontrare una persona di talento, ma faziosa e persino violenta, che aveva fatto della provocazione il proprio segno distintivo. Invece mi trovai di fronte un uomo affabile, che dimostrava una grande attenzione nei confronti del prossimo e una sorprendente dolcezza. Mi spiegò che il film che aveva preferito quell’anno era Ratatouille. «Non si tratta solo della maestria degli artisti della Pixar, ma della leggerezza, del coraggio dell’ottimismo. Oggi sembra che si possano fare solo film cupi e pessimisti, e la cosa più triste è che sono quelli che vengono apprezzati maggiormente».
Si può non essere d’accordo con le sue idee, come quando parla di Fidel Castro e Chávez, o accredita con certezza le ricostruzioni complottistiche di alcuni momenti cardine della storia recente. Ma non c’è volta che non veda in lui una volontà sincera di comprendere la storia attraverso l’umanità e la psicologia dei protagonisti. È questo il motivo per cui tra i suoi film prediligo Nixon, nel quale optò per un ritratto empatico nei confronti di uno dei personaggi più controversi della moderna storia americana.
In un recente dibattito il moderatore dell’incontro, Paul Holdengräber, gli ha chiesto di descriversi utilizzando solo sei parole, e questa è stata la sua scelta: storia (story: nel senso di racconto), ragazzo, uomo, uomo più anziano, storia (history: nel senso del tempo), dramma. Anche in quell’occasione, nella quale ha ricordato di essere figlio di un repubblicano, mi colpì la volontà di capire la storia prima di giudicare, come risulta evidente dalla serie televisiva che sta preparando, The untold history of the United States: tredici puntate su alcuni momenti fondamentali dell’avventura americana, che lui commenta così:
«Sento il dovere di raccontare cos’è successo realmente alle nuove generazioni; sembra che oggi nessuno abbia interesse a raccontare ai giovani la verità, e io da cineasta mi sono posto anche un altro problema: come rendere la storia eccitante». Magnifico per esempio il modo in cui è raccontato come fu impedito a Henry Wallace di ottenere la nomination alla convention democratica di Chicago del 1944: «Wallace era considerato troppo di sinistra, ma in realtà era un idealista; alla convention furono utilizzati metodi banditeschi, e per evitare una votazione che lo avrebbe consacrato si arrivò a procurare un black out. Nell’interruzione furono corrotti i delegati, che votarono per Truman, molto più manovrabile dai gruppi di potere: uno dei suoi primi atti da presidente fu la decisione di sganciare la bomba atomica». Quando gli chiedo come mai dedichi sempre più tempo al documentario spiega: «Ne ho già diretti sei; amo molto questa forma espressiva, la considero un’altra maniera per cercare la verità».
Stone ha terminato da poco Savages, «un thriller con molto sesso, violenza e droghe ambientato in California, nelle zone dove agiscono i cartelli messicani» e ha dedicato molte energie al director’s cut di Alexander, uno dei suoi film più sfortunati: «Non sono mai stato soddisfatto della pellicola uscita nelle sale, e sono felice che questa nuova versione abbia ricevuto dei riconoscimenti dalla critica. Una vita così straordinaria non poteva essere compressa in 2 ore e 45 minuti; credo di aver aggiunto al film qualcosa di febbrile, per raccontare la storia di un giovane che era arrivato ai confini del mondo, conquista dopo conquista». Sia in privato sia in pubblico non è mai stato restio a parlare dei suoi tormenti, dal trauma della guerra del Vietnam all’uso delle droghe che lo portò anche a essere arrestato, ed è evidente che molti suoi film siano un modo di esorcizzare queste angosce.
Ma in ogni pellicola, anche le più provocatorie e discutibili, rimane l’amore per il proprio paese dal quale si è sentito spesso tradito: sono da leggere innanzitutto in questa chiave Platoon, JFK, Nato il quattro di luglio, Assassini nati e anche Wall Street, film profetico e appassionante per la sua ambiguità. Guardando i suoi film così potentemente inventivi sul piano dell’immagine, si finisce spesso per non apprezzare abbastanza il suo talento di scrittore, ma a testimonianza del suo valore bisogna ricordare le sceneggiature di film come Fuga di mezzanotte (per cui vinse il suo primo Oscar), Scarface e L’anno del dragone. Quando gli chiedo come le nuove tecnologie stanno cambiando il cinema, dice senza mezzi termini: «C’è una maggiore libertà che può potenziare la qualità della sceneggiatura, ma alla fine ciò che è determinante è sempre la stessa cosa: la storia, la storia, la storia»." /> Share

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oseido 03/25/2016

[02/10] OLIVER STONE: USA, LA STORIA MAI RACCONTATA [02/10]
di Oliver Stone

[02/10] OLIVER STONE: USA, LA STORIA MAI RACCONTATA [02/10] di Oliver Stone PARTE 2: CONVENTION DEMOCRATICI 1944 Blackout della democrazia

PARTE 2: CONVENTION DEMOCRATICI
1944 Blackout della democrazia.



La seconda puntata svela i "dietro le quinte" meno noti degli ultimi anni del conflitto mondiale. Stone ripercorre, sulla sfondo della Guerra, le tappe della Convention del Partito Democratico del 1944. Un evento apparentemente marginale nella storia dell'Occidente, ma in realtà cruciale per l'avvenire del mondo intero. In quell'occasione, dopo lotte tra fazioni, trattative, sotterfugi e colpi di scena, Harry S. Truman venne candidato a sorpresa alla vicepresidenza degli Stati Uniti, sconfiggendo il superfavorito Henry A. Wallace. Wallace, certamente più capace, era stato a lungo al fianco di Roosevelt e aveva un grande seguito tra i lavoratori e la gente comune. Gli eventi che seguirono dipesero strettamente da quella nomina: se il risultato di quell'elezione fosse stato diverso, la storia stessa avrebbe potuto essere molto diversa. La morte di un ormai leggendario ma provato Roosevelt aprì la strada alla presidenza inaspettata di Harry S. Truman.


L'INTERVISTA
Oliver Stone


Qualche anno fa andai a trovarlo nella sua villa di Pacific Palisades per invitarlo al Festival di Roma. Non ci eravamo mai conosciuti, e mi colpì la sua immediata disponibilità e la volontà di combinare quel primo appuntamento a casa, per mostrarmi . Mi aspettavo di incontrare una persona di talento, ma faziosa e persino violenta, che aveva fatto della provocazione il proprio segno distintivo. Invece mi trovai di fronte un uomo affabile, che dimostrava una grande attenzione nei confronti del prossimo e una sorprendente dolcezza. Mi spiegò che il film che aveva preferito quell’anno era Ratatouille. «Non si tratta solo della maestria degli artisti della Pixar, ma della leggerezza, del coraggio dell’ottimismo. Oggi sembra che si possano fare solo film cupi e pessimisti, e la cosa più triste è che sono quelli che vengono apprezzati maggiormente».


Si può non essere d’accordo con le sue idee, come quando parla di Fidel Castro e Chávez, o accredita con certezza le ricostruzioni complottistiche di alcuni momenti cardine della storia recente. Ma non c’è volta che non veda in lui una volontà sincera di comprendere la storia attraverso l’umanità e la psicologia dei protagonisti. È questo il motivo per cui tra i suoi film prediligo Nixon, nel quale optò per un ritratto empatico nei confronti di uno dei personaggi più controversi della moderna storia americana.


In un recente dibattito il moderatore dell’incontro, Paul Holdengräber, gli ha chiesto di descriversi utilizzando solo sei parole, e questa è stata la sua scelta: storia (story: nel senso di racconto), ragazzo, uomo, uomo più anziano, storia (history: nel senso del tempo), dramma.
Anche in quell’occasione, nella quale ha ricordato di essere figlio di un repubblicano, mi colpì la volontà di capire la storia prima di giudicare, come risulta evidente dalla serie televisiva che sta preparando, The untold history of the United States: tredici puntate su alcuni momenti fondamentali dell’avventura americana, che lui commenta così:


«Sento il dovere di raccontare cos’è successo realmente alle nuove generazioni; sembra che oggi nessuno abbia interesse a raccontare ai giovani la verità, e io da cineasta mi sono posto anche un altro problema: come rendere la storia eccitante». Magnifico per esempio il modo in cui è raccontato come fu impedito a Henry Wallace di ottenere la nomination alla convention democratica di Chicago del 1944: «Wallace era considerato troppo di sinistra, ma in realtà era un idealista; alla convention furono utilizzati metodi banditeschi, e per evitare una votazione che lo avrebbe consacrato si arrivò a procurare un black out. Nell’interruzione furono corrotti i delegati, che votarono per Truman, molto più manovrabile dai gruppi di potere: uno dei suoi primi atti da presidente fu la decisione di sganciare la bomba atomica». Quando gli chiedo come mai dedichi sempre più tempo al documentario spiega: «Ne ho già diretti sei; amo molto questa forma espressiva, la considero un’altra maniera per cercare la verità».


Stone ha terminato da poco Savages, «un thriller con molto sesso, violenza e droghe ambientato in California, nelle zone dove agiscono i cartelli messicani» e ha dedicato molte energie al director’s cut di Alexander, uno dei suoi film più sfortunati: «Non sono mai stato soddisfatto della pellicola uscita nelle sale, e sono felice che questa nuova versione abbia ricevuto dei riconoscimenti dalla critica. Una vita così straordinaria non poteva essere compressa in 2 ore e 45 minuti; credo di aver aggiunto al film qualcosa di febbrile, per raccontare la storia di un giovane che era arrivato ai confini del mondo, conquista dopo conquista».
Sia in privato sia in pubblico non è mai stato restio a parlare dei suoi tormenti, dal trauma della guerra del Vietnam all’uso delle droghe che lo portò anche a essere arrestato, ed è evidente che molti suoi film siano un modo di esorcizzare queste angosce.


Ma in ogni pellicola, anche le più provocatorie e discutibili, rimane l’amore per il proprio paese dal quale si è sentito spesso tradito: sono da leggere innanzitutto in questa chiave Platoon, JFK, Nato il quattro di luglio, Assassini nati e anche Wall Street, film profetico e appassionante per la sua ambiguità. Guardando i suoi film così potentemente inventivi sul piano dell’immagine, si finisce spesso per non apprezzare abbastanza il suo talento di scrittore, ma a testimonianza del suo valore bisogna ricordare le sceneggiature di film come Fuga di mezzanotte (per cui vinse il suo primo Oscar), Scarface e L’anno del dragone. Quando gli chiedo come le nuove tecnologie stanno cambiando il cinema, dice senza mezzi termini: «C’è una maggiore libertà che può potenziare la qualità della sceneggiatura, ma alla fine ciò che è determinante è sempre la stessa cosa: la storia, la storia, la storia».

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