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[06/10] OLIVER STONE: USA, LA STORIA MAI RACCONTATA [06/10]

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oseido

By: oseido

Date Uploaded: 03/24/2016

Tags: PARTE 6: VASILI ARKHIPOV Quel NIET che salvò il mondo. NOI dormivamo nei nostri letti ignari   nella notte in cui Vasilij salvò il mondo per un piatto di antipasti. Erano le 4 del mattino del 27 ottobre 1962 nelle nostre case italiane   ma già il sole era forte sull' Atlantico a Nord est dell' isola di Cuba   quando alle 10 il caccia americano Uss Cony cominciò a gettare bombe a mano di avvertimento fasciate nella carta igienica   contro il «contatto sonar» che i suoi operatori seguivano da 12 ore. Era un vecchio trucco dei cacciatori di sub   questo di impacchettare le bombe a mano nei rotoli di carta   per farle esplodere più vicine alla preda sommersa e il trucco riuscì benissimo. Il comandante del «contatto»   il sottomarino B59 della Flotta Sovietica del Nord «Reparto Bandiera Rossa» pensò di essere sotto attacco con bombe di profondità. Fece mettere la prua verso il «Cony» e la portaerei «Randolph» che incrociava di conserva alle sue spalle   diede l' ordine di aprire i portelli dei tubi lancia siluri e di preparare quel misterioso ordigno segreto con la punta dipinta di viola che tutti a bordo sapevano essere una testata nucleare. «Lanciamo?»   chiese il comandante Savitsky ai due ufficiali che dovevano autorizzare con lui l' impiego del siluro atomico. «No» rispose il capitano (seconda classe) Vasilij Arkhipov   «non lanciamo». Un voto contro due. [06/10] OLIVER STONE: USA   LA STORIA MAI RACCONTATA [06/10]  

[06/10] OLIVER STONE: USA, LA STORIA MAI RACCONTATA [06/10] di Oliver Stone
PARTE 6: VASILI ARKHIPOV Quel NIET che salvò il mondo

NOI dormivamo nei nostri letti ignari, nella notte in cui Vasilij salvò il mondo per un piatto di antipasti. Erano le 4 del mattino del 27 ottobre 1962 nelle nostre case italiane, ma già il sole era forte sull' Atlantico a Nord est dell' isola di Cuba, quando alle 10 il caccia americano Uss Cony cominciò a gettare bombe a mano di avvertimento fasciate nella carta igienica, contro il «contatto sonar» che i suoi operatori seguivano da 12 ore. Era un vecchio trucco dei cacciatori di sub, questo di impacchettare le bombe a mano nei rotoli di carta, per farle esplodere più vicine alla preda sommersa e il trucco riuscì benissimo. Il comandante del «contatto», il sottomarino B59 della Flotta Sovietica del Nord «Reparto Bandiera Rossa» pensò di essere sotto attacco con bombe di profondità. Fece mettere la prua verso il «Cony» e la portaerei «Randolph» che incrociava di conserva alle sue spalle, diede l' ordine di aprire i portelli dei tubi lancia siluri e di preparare quel misterioso ordigno segreto con la punta dipinta di viola che tutti a bordo sapevano essere una testata nucleare. «Lanciamo?», chiese il comandante Savitsky ai due ufficiali che dovevano autorizzare con lui l' impiego del siluro atomico. «No» rispose il capitano (seconda classe) Vasilij Arkhipov, «non lanciamo». Un voto contro due.
Il B59 emerse e si arrese. Una cima fu sparata tra il Cony e il B59 per passare frutta, acqua, viveri. La Terra continuò a ruotare. Spassibo vam bolshoi, Vasilij, thank you very much. Oggi, 40 anni dopo, nelle ricostruzioni storiche rese finalmente possibile dalla fine dell' Unione Sovietica, nei convegni tra vecchi nemici che Castro ha organizzato a Cuba in queste ore su quei tredici giorni di cammino collettivo sul ciglio dell' Apocalisse, sappiamo tutto, o quasi tutto, sul rischio che la follia kruscioviana e i piani di assalto kennedyani contro l' isola fecero correre al mondo. Ma la storia è fatta di uomini e di donne, di soldati e di marinai, di decisioni umane.
Di gente come il capitano di Marina (seconda classe) Vasilij Arkhipov, stretto nella torre di comando del sottomarino sovietico B59 che dissero una parola soltanto e giocarono, forse senza neppure saperlo, al gioco di Dio. Arkhipov non vive più, ma la sua storia è tornata a vivere nei libri degli storici navali e di un altro ufficiale a bordo di quel sottomarino, il tenente Orlov, che ha raccontato le ore del «confronto finale» tra il suo battello e la flotta dei cacciatori americani, decisi a impedire a chiunque il passaggio verso Cuba bloccata. Il loro B59 tipo «Progetto 641», classe Foxtrot, secondo la nomenclatura della Nato, era un antiquato modello Diesel copiato dagli ultimi U-Boot tedeschi e ingrandito, come indicava la sua siglia «B» per «Bolshoi», grande.
Era partito un mese prima di quel mattino insieme con una flottiglia di tre unità simili, il B4, il B130 e il B36, da un porticciolo di pescatori nel fiordo di Murmansk, Sayda Bay, non dalla base di Polyarny, per mantenere l' assoluta segretezza sulla loro missione battezzata Kola, dal nome di un fiume siberiano. La missione, come scoprirono i comandanti aprendo le buste sigillate ormai al largo, era semplice: proteggere da attacchi americani le rotte degli 85 mercantili che avrebbero trasportato i missili balistici a Cuba «con ogni mezzo». Compreso l' impiego di quel siluro con la testa viola che era stato messo a bordo accanto ai 21 siluri convenzionali, dipinti di grigio.
Ma la paranoia del regime sovietico, l' ossessione per la segretezza e la menzogna li aveva tenuti all' oscuro dei dettagli, li aveva mandati allo sbaraglio, con mezzi antiquati, motori diesel che tossivano e sputavano (uno dei quattro dovette fare il viaggio di ritorno, 8 mila miglia, trainato da un rimorchiatore), carichi di abbigliamento artico, pellicce e colbacchi e valenki, per ingannare eventuali curiosi sulla loro destinazione tropicale. Vietate le comunicazioni tra loro e con il comando della Marina a Mosca. Navigarono nel silenzio, arrivando in ordine sparso nel Mare dei Sargassi e nelle loro posizioni senza sapere dove fossero e che cosa facessero gli altri «sub». Ma gli ordini li avevano lasciati liberi di utilizzare quel «pesce», come lo chiamano in gergo i sommergibilisti, con il muso viola, purché tre ufficiali, il comandante, il secondo e lo zampolit, il commissario politico dessero l' OK. E questa fu la decisione che il B59 si trovò di fronte, quando il «ping ping» del sonar attivo del «Cony» li bersagliò segnalando il rilevamento e le bombe di profondità cominciarono esplodere a grappoli attorno allo scafo sommerso. Vitalij Savitsky reagì come gli avevano insegnato a fare all' accademia navale.
Puntò la prua verso il suo tormentatore, e la flotta americana che lo aveva stanato, come in quelle ore stava stanando i suoi compagni, tutti meno uno, il B4 che rientrerà in Urss sempre inosservato. Aprì e allagò i tubi di lancio, che a bordo del caccia americano ascoltarono con orrore. E chiese il voto dello zampolit, del commissario politico e di Vasilij Arkhipov, che era a bordo come rappresentante del comandante della flottiglia. Orlov, il superstite che ha raccontato quei minuti, era l' ufficiale al sonar. «Vidi Vasilij fare niet con la testa e il comandante annuire». Subito dopo, nel soffio dell' aria compressa per l' emersione che coprì il sospiro di sollievo dell' equipaggio intero, il B59 mise la prua fuori dall' acqua, nel sole abbagliante del Caribe. Sembrava tutto finito, ma in quel momento un aereo anti som di pattuglia, un P2 sorvolò lo scafo e lanciò spezzoni incendiari. Savitsy e Arkhipov, in piedi sulla «pinna» ormai emersa si guardarono ancora e fecero di nuovo «no» con la testa, in silenzio. Dal «Cony» si alzarono le bandiere di segnalazione internazionali.
«Che nave?». «Nave X» rispose Arkhipov dispiegando non la bandiera bianca della Marina sovietica, ma la bandiera rossa dell' Urss. «Serve assistenza?». «No, grazie». «Capimmo in quel momento che non ci sarebbe stata guerra», ricorderà poi Orlov «non si offre assistenza a un sottomarino che si vuole affondare». La flottiglia dei 4 sub sovietici tornò arrancando a Murmansk, dopo la resa di Krusciov a Kennedy. Quando attraccarono, scoprirono di essere stati messi tutti agli arresti, per avere «fallito» nella missione. E proprio Arkhipov scese a terra egualmente, assalì un ammiraglio, chiese viveri, acqua, assistenza medica per gli uomini esausti e malati della sua flotta, ma non li ottenne. Fu una donna, la moglie dell' ammiraglio comandante l' operazione, Galina Rybalko, a perdere la pazienza e inviare, comperati di tasca sua al rynok, al mercato, vassoi di zakuski, antipasti di pesce e bottiglie di tiepido vino georgiano ai sommergibilisti consegnati. E quello, una fettina di storione affumicato e un bicchiere di vino rosso dolciastro, fu la ricompensa di Vasilij per avere salvato il mondo dalla guerra nucleare.

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oseido 07/15/2016

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NOI dormivamo nei nostri letti ignari, nella notte in cui Vasilij salvò il mondo per un piatto di antipasti. Erano le 4 del mattino del 27 ottobre 1962 nelle nostre case italiane, ma già il sole era forte sull' Atlantico a Nord est dell' isola di Cuba, quando alle 10 il caccia americano Uss Cony cominciò a gettare bombe a mano di avvertimento fasciate nella carta igienica, contro il «contatto sonar» che i suoi operatori seguivano da 12 ore. Era un vecchio trucco dei cacciatori di sub, questo di impacchettare le bombe a mano nei rotoli di carta, per farle esplodere più vicine alla preda sommersa e il trucco riuscì benissimo. Il comandante del «contatto», il sottomarino B59 della Flotta Sovietica del Nord «Reparto Bandiera Rossa» pensò di essere sotto attacco con bombe di profondità. Fece mettere la prua verso il «Cony» e la portaerei «Randolph» che incrociava di conserva alle sue spalle, diede l' ordine di aprire i portelli dei tubi lancia siluri e di preparare quel misterioso ordigno segreto con la punta dipinta di viola che tutti a bordo sapevano essere una testata nucleare. «Lanciamo?», chiese il comandante Savitsky ai due ufficiali che dovevano autorizzare con lui l' impiego del siluro atomico. «No» rispose il capitano (seconda classe) Vasilij Arkhipov, «non lanciamo». Un voto contro due.
Il B59 emerse e si arrese. Una cima fu sparata tra il Cony e il B59 per passare frutta, acqua, viveri. La Terra continuò a ruotare. Spassibo vam bolshoi, Vasilij, thank you very much. Oggi, 40 anni dopo, nelle ricostruzioni storiche rese finalmente possibile dalla fine dell' Unione Sovietica, nei convegni tra vecchi nemici che Castro ha organizzato a Cuba in queste ore su quei tredici giorni di cammino collettivo sul ciglio dell' Apocalisse, sappiamo tutto, o quasi tutto, sul rischio che la follia kruscioviana e i piani di assalto kennedyani contro l' isola fecero correre al mondo. Ma la storia è fatta di uomini e di donne, di soldati e di marinai, di decisioni umane.
Di gente come il capitano di Marina (seconda classe) Vasilij Arkhipov, stretto nella torre di comando del sottomarino sovietico B59 che dissero una parola soltanto e giocarono, forse senza neppure saperlo, al gioco di Dio. Arkhipov non vive più, ma la sua storia è tornata a vivere nei libri degli storici navali e di un altro ufficiale a bordo di quel sottomarino, il tenente Orlov, che ha raccontato le ore del «confronto finale» tra il suo battello e la flotta dei cacciatori americani, decisi a impedire a chiunque il passaggio verso Cuba bloccata. Il loro B59 tipo «Progetto 641», classe Foxtrot, secondo la nomenclatura della Nato, era un antiquato modello Diesel copiato dagli ultimi U-Boot tedeschi e ingrandito, come indicava la sua siglia «B» per «Bolshoi», grande.
Era partito un mese prima di quel mattino insieme con una flottiglia di tre unità simili, il B4, il B130 e il B36, da un porticciolo di pescatori nel fiordo di Murmansk, Sayda Bay, non dalla base di Polyarny, per mantenere l' assoluta segretezza sulla loro missione battezzata Kola, dal nome di un fiume siberiano. La missione, come scoprirono i comandanti aprendo le buste sigillate ormai al largo, era semplice: proteggere da attacchi americani le rotte degli 85 mercantili che avrebbero trasportato i missili balistici a Cuba «con ogni mezzo». Compreso l' impiego di quel siluro con la testa viola che era stato messo a bordo accanto ai 21 siluri convenzionali, dipinti di grigio.
Ma la paranoia del regime sovietico, l' ossessione per la segretezza e la menzogna li aveva tenuti all' oscuro dei dettagli, li aveva mandati allo sbaraglio, con mezzi antiquati, motori diesel che tossivano e sputavano (uno dei quattro dovette fare il viaggio di ritorno, 8 mila miglia, trainato da un rimorchiatore), carichi di abbigliamento artico, pellicce e colbacchi e valenki, per ingannare eventuali curiosi sulla loro destinazione tropicale. Vietate le comunicazioni tra loro e con il comando della Marina a Mosca. Navigarono nel silenzio, arrivando in ordine sparso nel Mare dei Sargassi e nelle loro posizioni senza sapere dove fossero e che cosa facessero gli altri «sub». Ma gli ordini li avevano lasciati liberi di utilizzare quel «pesce», come lo chiamano in gergo i sommergibilisti, con il muso viola, purché tre ufficiali, il comandante, il secondo e lo zampolit, il commissario politico dessero l' OK. E questa fu la decisione che il B59 si trovò di fronte, quando il «ping ping» del sonar attivo del «Cony» li bersagliò segnalando il rilevamento e le bombe di profondità cominciarono esplodere a grappoli attorno allo scafo sommerso. Vitalij Savitsky reagì come gli avevano insegnato a fare all' accademia navale.
Puntò la prua verso il suo tormentatore, e la flotta americana che lo aveva stanato, come in quelle ore stava stanando i suoi compagni, tutti meno uno, il B4 che rientrerà in Urss sempre inosservato. Aprì e allagò i tubi di lancio, che a bordo del caccia americano ascoltarono con orrore. E chiese il voto dello zampolit, del commissario politico e di Vasilij Arkhipov, che era a bordo come rappresentante del comandante della flottiglia. Orlov, il superstite che ha raccontato quei minuti, era l' ufficiale al sonar. «Vidi Vasilij fare niet con la testa e il comandante annuire». Subito dopo, nel soffio dell' aria compressa per l' emersione che coprì il sospiro di sollievo dell' equipaggio intero, il B59 mise la prua fuori dall' acqua, nel sole abbagliante del Caribe. Sembrava tutto finito, ma in quel momento un aereo anti som di pattuglia, un P2 sorvolò lo scafo e lanciò spezzoni incendiari. Savitsy e Arkhipov, in piedi sulla «pinna» ormai emersa si guardarono ancora e fecero di nuovo «no» con la testa, in silenzio. Dal «Cony» si alzarono le bandiere di segnalazione internazionali.
«Che nave?». «Nave X» rispose Arkhipov dispiegando non la bandiera bianca della Marina sovietica, ma la bandiera rossa dell' Urss. «Serve assistenza?». «No, grazie». «Capimmo in quel momento che non ci sarebbe stata guerra», ricorderà poi Orlov «non si offre assistenza a un sottomarino che si vuole affondare». La flottiglia dei 4 sub sovietici tornò arrancando a Murmansk, dopo la resa di Krusciov a Kennedy. Quando attraccarono, scoprirono di essere stati messi tutti agli arresti, per avere «fallito» nella missione. E proprio Arkhipov scese a terra egualmente, assalì un ammiraglio, chiese viveri, acqua, assistenza medica per gli uomini esausti e malati della sua flotta, ma non li ottenne. Fu una donna, la moglie dell' ammiraglio comandante l' operazione, Galina Rybalko, a perdere la pazienza e inviare, comperati di tasca sua al rynok, al mercato, vassoi di zakuski, antipasti di pesce e bottiglie di tiepido vino georgiano ai sommergibilisti consegnati. E quello, una fettina di storione affumicato e un bicchiere di vino rosso dolciastro, fu la ricompensa di Vasilij per avere salvato il mondo dalla guerra nucleare.

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